Gioele: “Sai mamma, Martedì mi hanno dato libero a lavoro cosi posso avere 3 giorni tutti di fila!”
Mamma: “Oh bene, cosi ti godi un pochino casa visto che sei stato in giro tra Parigi e Londra negli ultimi due week-end!”
Gioele: “Mmm, risposta sbagliata Mamma, domani vado in Champagne!”
Finisce così la rituale chiamata che, all’ora di pranzo, unisce Montopoli e Amsterdam. Comincia un altro giro di giostra — come lo avrebbe chiamato Tiziano Terzani — nato dal nulla, impensabile solo poche ore prima.
Il sabato mattina tutto comincia a prendere forma, l’imminente partenza è fissata per il giorno seguente, è tempo di pianificare.
Telefono alla mano, con la sfacciataggine del caso mi metto a “disturbare” alcuni dei supplier per capire se qualche vigneron mi avrebbe aperto le porte della cantina.
A notte fonda, con la freschezza del post-servizio prenoto macchina e appartamento che mi avrebbero accompagnato in questa incursione francese.
Memore del viaggio in Mosella di alcuni mesi fa, la domenica mattina mi muovo come un camaleonte nell’aeroporto di Schipol, schivando eventuali upgrade di europcar e mantenendo l’assicurazione della macchina al minimo sindacabile, affidandomi alla cieca fortuna (scoprirò poi di aver preso una multa per eccesso di velocità in Francia!).
Google maps mi indica le 5 ore per raggiungere Reims, saranno poi 6 in quanto non aveva considerato la quantità di pioggia caduta dal cielo come un eterna nuvola di Fantozzi, eventuali errori di direzione e il terribile passaggio per le strade del Belgio.

Neanche il tempo di parcheggiare, che la voglia di vedere la cattedrale di Notre-dame di Reims diventa irresistibile.
La città si gode la quiete della domenica sera accompagnata da una leggera pioggia che rende tutto più mistico.

Qualsiasi posto che mi è stato consigliato è giustamente chiuso e il sottoscritto dopo una birretta, si rifugia in appartamento con una terrina di campagna, del comtè e una mezza bottiglia di champagne che si riveleranno letali per il fisico e che mi lasceranno praticamente insonne per tutta la notte.
(Ancora non ho capito o non voglio farmene una ragione che ho una certa età.)
Mi dirigo verso Le Mesnil sur Oger, dove avrà la prima visita della giornata, man mano che la strada mi porta nel cuore pulsante dello champagne, tutto comincia a prendere forma nella testa, village e vigne che avevo fino ad ora letto nei libri o sulle etichette hanno adesso pendenze, colori e sfaccettature che mi fanno brillare gli occhi.
Le Mesnil mi accoglie tra le sue piccole vie ancora assonnate, il ritmo è lento, le vigne pullulano di anime intente a potare baciate dal sole che splende alto nel cielo.

Paul Girard, giovane vigneron mi apre le porte della sua cantina Girard-Bonnet e mi porta nel suo mondo.
Da qualche anno ha preso in mano le redini dei vecchi domaine di famiglia, da una parte c’era la Girard estate, una cooperativa con base a Mesnil sur Oger e dall’altra la cantina Champagne F. Bonnet Père et Fils a Oger che a fine anni’80 aveva chiuso i battenti.
Mi racconta di come il suolo segna ogni village della Cote de Blancs e di come lui interpreta l’annata in termini di vinificazione con rigore scientifico.
“Le Mesnil sur Oger, mon village come dice lui ha il suolo con il più alto strato di gesso, i vini qua dice che sono shy and racy, cioè timidi e affilati come una lama.
Hanno bisogno di tempo per esprimere tutta la materia che portano con sé, per questo soprattutto in annate fredde predilige l’uso di tonneaux e barrique in modo da fare respirare il vino e dare ampiezza nel calice”
Abbiamo la fortuna di avere il suo A Mi Chemin al calice nel ristorante Ciel Bleu, un blend che testimonia le caratteristiche dei due villaggi che lo compongono, la verticalità del gesso di Mesnil sur Oger e il frutto di Oger.

Finita la visita, in un eterno Disneyland mi dirigo ad ammirare Clos du Mesnil, vedo bambini che giocano nel parco adiacente e penso a quanto sia bello che un posto cosi iconico sia parte integrante della comunità.
Mi perdo tra i vicoli senza una ben precisa meta e mi ritrovo davanti al cancello verde di Salon, spio sul retro le loro vigne tra le fessure della siepe, mi sento fortunato ad essere lì, in un tranquillo lunedì mattina mentre il mondo lontano scorre veloce, qui tutto segue un ritmo diverso.

Risalgo in macchina, mi dirigo verso Avize, salgo nel punto più alto giusto sopra le cantine di Selosse, da sempre ho l’ossessione di vedere il panorama da un punto diverso per capire di più.
Si è fatto mezzogiorno, le campane del paese rintoccano e l’eco si estende, mi godo tutto da un punto privilegiato.

Considerato che la prossima vita da Etienne Calsac era fissata per le 4 e la voglia di esplorare un’altra cantina era tanta, comincio ad indagare su google maps e mi ritrovo Franck Bonville a due passi.
Con tutta la sfacciataggine del mondo provo a chiamare, e incredibilmente Margot mi dice che mi avrebbe aspettato per le ore 14.00.

Non appena arrivo mi porge un calice, e da subito assaggi da botte, parlando di come la 2025 sia stata una bellissima annata dopo una difficile 2024.
Il privilegio di capire come la materia si stia trasformando, di come ogni vigna e assemblaggio regalino sfumature diverse.
Un’immagine pura di Mesnil, Avize e Oger immersa nel silenzio delle Crayeres.

Da Etienne Calsac la visita è insieme ad un importatore e due sommelier del Belgio, mi chiedono se fosse stato un problema il fatto che parlassero in francese e io faccio segno di continuare, memore dei miei 5 anni di studi alle superiori, alla fine me la cavo tra un assaggio di botte e l’altro a capire il succo del discorso e a far chiaccherare i vini nel calice.

Rimango stregato da Les revenants, dimenticate il classico blend, qui si gioca nel campionato di pinot blanc, arbane e petit meslier per un vigneron che in poco tempo ha saputo portare una visione tutta sua e che ragionando ci racconta di come ancora deve trovare il suo equilibrio.

La sera dopo un pranzo a base di croque monsieur e un eretico sparkling tea a base di tè verde e zenzero nel centro di Avize, considerato che tutti posti buoni sono ancora chiusi o in ferie, proseguo con le mie scelte singolari e mi mangio un ramen immaginando che fosse un bel brodo preparato da mamma come nelle fredde sere d’inverno quando ero un bambino.

Legras & Haas mi attende per concludere questo mini focus sulla cote de blancs e per capire come qua gli chardonnay, nel village più a nord nella cote de blancs siano molto equilibrati, incarnando l’anima di Chouilly.

Da lì, mi accorgo di aver finito ogni qualsiasi giga possibile sul telefono e mi affido ciecamente alla sorte e ai cartelli stradali, con il tarlo di raggiungere Ambonnay.
Tour-sur-marne e Bouzy indicano la retta via, in paese un avveniristico edificio scandisce il ritmo del paesaggio, è la nuova cantina di Krug. Appena accanto invece tutto di dipinge di blu, è Marguet.
Devo parcheggiare subito e trovare il modo di entrare.

Dalle finestra che danno sulla via scorgo un signore e una line up di bottiglie aperte, forse il karma sta per volermi bene.
Con la spigliatezza di una persona che conosce il posto da una vita mi adentro, le porte sono aperte, il silenzio regna, le bottiglie sono tutte li che mi guardano.
Shaman, Les Crayeres, Le Parc, Sapience.
Nessuno si fa vivo, ma io aspetto, non mi sarei mosso di un centimentro.
Finalmente esce qualcuno dalla porta sul retro, è direttamente lui Benoit che mi trova li fisso impalato.
Gli racconto di come da sempre adoro i suoi vini e che essendo passato per caso non ho esitato a fermarmi.
Mi sorride e mi racconta che forse è il mio giorno fortunato in quanto sei sommelier danesi hanno appena finito una degustazione e le bottiglie sono ancora fresche.

Assaggiamo, estasiato da Sapience oenotheque 2013, senza solfiti e in collaborazione con Georges Laval e David Leclapart, due nomi a caso.
“Qua siamo gli unici ad usare i cavalli in vigna, durante l’anno, galline, capre, pecore trovano riparo tra i filari.
Se i vicini non sono in biodinamica offriamo di prendersi cura dei primi due filari o altrimenti ci troviamo costretti a vendere le uve per preservare la nostra materia.”

Mi porta nel suo luogo sacro, la stanza dei legni dove come un in un tempio si stagliano tre grandi botti e un Buddha a mettere pace al vino che riposa.
Lui passa tra le botti, le ringrazia una ad una, i brividi scorrono tra la mia pelle e quella sensazione unica di essere li con lui, la bellezza di essere stato ancora una volta sfacciato, perché certe occasioni o le prendi oppure saranno perse per sempre.

L’ascensore ci porta a 9 metri sotto terra, il silenzio e la luce sono commuoventi.
Lo ringrazio con gli occhi lucidi e il cuore pieno.

Ammiro dal cancello gli 0,865 ha di Clos d’Ambonnay.
Il tempo di un pranzo a Verzy, lo sguardo alle ultime vigne, realizzare che apple maps funziona anche senza dati e trovare la via del ritorno.
Au revoir, Champagne!
