Andare oltre i preconcetti nel mondo del vino è una condizione assolutamente necessaria. Aver la capacità di rimettersi sempre in discussione, assaggiando in maniera libera da qualsiasi condizionamento, deve essere un obbligo per chi vuole imparare e crescere.
Noi di Enostorie, nel nostro piccolo, cerchiamo di farlo senza nessuna pretesa. Ci piace il buon vino e ad ogni assaggio ci diciamo: “quanto potremo pagare questo vino in ristorante?”, “Con quanta facilità potremmo finirci la bottiglia?” e ancora “questa bottiglia avrà la capacità di lasciarci un ricordo nitido nel tempo?”.
Queste sono le nostre uniche linee guida.
La D.O.C. Lugana è stata una di quelle denominazioni italiane che nel corso degli anni ha potuto vantare introiti stellari grazie ad un turismo – principalmente tedesco – in cerca di vini piacioni, ruffiani e a basso costo. Spesso le grosse cantine hanno preferito sacrificare la viticoltura di qualità a favore degli artifizi chimici di cantina.

Sono scelte. Per noi non condivisibili.
Oggi abbiamo dunque deciso di abbandonare i preconcetti, tornando sul campo per cercare un Lugana che fosse degno di nota.
L’abbiamo trovato a Pozzolengo: enclave geografica tra i cinque comuni della D.O.C.
Di qua Lonato e Desenzano, sopra Sirmione, di là Peschiera.
Marangoni è una cantina attiva dagli anni 70. Tuttavia è solo grazie ai nipoti che, credendo nel patrimonio di vigne vecchie, si assiste alla rinascita della cantina a partire dal 2007.

Il vitigno è il Trebbiano di Lugana (o Turbiana) “Vicino parente del Verdicchio da cui eredita tutta la verticalità” dice il padrone della Cantina.
“Un tempo queste terre non le voleva nessuno. Erano troppo argillose e calcaree per fare agricoltura. Qui si poteva fare solo vino!”
I vini rispecchiano la filosofia aziendale: magri, asciutti e verticali. Trasmettono mineralità e fanno presagire un interessante potenziale d’invecchiamento.

Ripartiamo da qui, con la speranza che nel prossimo futuro anche nel Lugana si trovino più vini di questo calibro, capaci di parlare di terroir e meno prodotti pusillanimi da supermercato.
Ad majora!
Stefano Orrù – Gioele Di Gianni
