Oggi, in Franciacorta, si parla solo di bollicine. Sembra che non esista altro al di fuori di quello. Ma stando alle fonti storiche ad Erbusco e dintorni si fa vino da secoli. Principalmente rosso e principalmente sfuso.
Essendo una zona storicamente di passaggio, queste colline moreniche son sempre state un crocevia di condivisione di saperi e barbatelle, lo testimoniano i nomi storici di Cabernet Franc e Merlot.

Il business delle bollicine nasce pochi decenni fa. Decidere di rincorrerlo è stata una scelta saggia per le aziende, ma il business non può essere l’unico comun denominatore.
Ed è inevitabile che questo sia un terroir abbastanza vocato, specialmente per lo Chardonnay nel versante sud ovest e per il pinot nero nei versanti opposti più elevati e meno assolati.
Escluso Gussago, tutto il suolo della Franciacorta si origina dopo la seconda glaciazione, da qui la presenza di un’alta concertazione di calcare e ciottoli che conferisce una buona acidità.
Aziende come Cavalleri, da secoli a contatto col vino, hanno abbracciato da subito la scelta delle bollicine, ma con criterio. Quaranta ettari, trentacinque a chardonnay, massimo 190.000 bottiglie nelle annate buone.
“Sebbene il disciplinare ci consenta centoventi quintali per ettaro, noi non andiamo mai oltre i settanta. Non abbiamo macchinari fantasmagorici, facciamo tutto a mano e dal 2018 abbiamo convertito tutto in biodinamico adottando le fermentazioni spontanee” dice Aldo.

L’azienda non ha mai voluto crescere in volumi e non ha mai voluto perdere la familiarità e l’artigianalità della sua gestione.
All’assaggio i vini dimostrano una grande rotondità nonostante i bassissimi dosaggi, acidità sempre presente e ben integrata col vino.
Tra le realtà all’interno del Consorzio Franciacorta, Cavalleri è un’azienda che non si può sottovalutare e non si può tralasciare nella stesura di una carta vini.
Chapò!

