La visione di Raffaele Pagano
Nel vino contemporaneo il confine tra espressione del territorio ed espressione dell’autore è sempre più sottile. Joaquin rappresenta uno dei casi più interessanti di questa tensione.
La filosofia aziendale si discosta dalla ricerca di una lettura “classica” dell’Irpinia. Lunghi affinamenti, uso di castagno, acacia e rovere, assemblaggi tra annate diverse e una gestione dell’ossigeno volutamente evidente definiscono uno stile personale, riconoscibile e difficilmente assimilabile a quello di altri produttori della denominazione.
La sensazione è che il vino venga costruito con l’obiettivo di privilegiare complessità ed evoluzione più che la rappresentazione immediata del vitigno o dell’annata.
L’aspetto più convincente della degustazione è probabilmente la tenuta gustativa. Anche nelle etichette che prevedono fermentazioni e affinamenti in legno, l’acidità rimane il filo conduttore del sorso, evitando che struttura e maturità prendano il sopravvento. È un equilibrio tutt’altro che scontato.
Più discutibile è invece la forte impronta stilistica che accomuna la gamma. L’intervento enologico, pur mai eccessivo, è sempre percepibile e in alcuni vini tende a ridurre la distanza espressiva tra le diverse provenienze. La firma del produttore, a tratti, sembra prevalere sulla specificità del singolo vigneto.
È una scelta legittima, ma apre una riflessione più ampia: fino a che punto un vino può essere interpretato senza perdere parte della propria identità territoriale?
Joaquin non sembra voler rispondere a questa domanda. Preferisce dimostrare che esiste un’altra strada possibile per raccontare l’Irpinia, meno legata ai canoni tradizionali e più orientata a una precisa idea di vino.
Piaccia o meno, è una posizione coerente. E proprio per questo merita di essere discussa, più che semplicemente condivisa.
Stefano Orrù

