CONSIDERAZIONI BORGOGNONE

Il terroir, i cru e la fine delle certezze

Tempo di lettura: 18–20 minuti

In Borgogna non si producono vini. Si interpretano luoghi.

Ci sono regioni del vino che colpiscono per la monumentalità del paesaggio. Altre per l’architettura delle cantine, per la ricchezza delle tenute o per la spettacolarità delle vigne.
La Borgogna no.

La prima volta che la si attraversa si rimane quasi spiazzati. La Route des Grands Crus corre silenziosa tra piccoli villaggi di pietra color miele, muretti a secco e filari ordinati. Non ci sono castelli, scenografie costruite per il turismo o colline vertiginose. Tutto appare sorprendentemente semplice.
È proprio questa semplicità a ingannare.

Perché dietro un paesaggio apparentemente uniforme si nasconde uno dei mosaici geologici più complessi mai interpretati dall’uomo. In nessun’altra regione viticola al mondo un cambiamento di esposizione di pochi gradi, una variazione di profondità del terreno o un diverso contenuto di calcare attivo riescono a modificare così profondamente il carattere di un vino.

Per comprenderlo basta osservare una carta dei climat borgognoni. Migliaia di parcelle delimitate nel corso dei secoli, ognuna con un nome, una storia e una personalità. È un sistema che può sembrare ossessivo a chi arriva da altre regioni del vino, ma che nasce da un’osservazione paziente durata quasi mille anni. I monaci cistercensi e benedettini furono i primi a intuire che due vigne confinanti potevano produrre vini profondamente diversi. Da allora la Borgogna non ha mai smesso di studiare sé stessa.

Questa è forse la più grande differenza rispetto ad altri grandi territori viticoli.
Altrove il protagonista è spesso il produttore.
In Borgogna il protagonista rimane il luogo.
Il vignaiolo ha il compito di interpretarlo.
Questa distinzione, apparentemente sottile, cambia completamente il modo di leggere una bottiglia. In molte regioni del mondo il marchio aziendale rappresenta una garanzia stilistica. In Borgogna, invece, il nome del Domaine è solo una parte dell’equazione. Per capire davvero un vino bisogna conoscere il villaggio da cui proviene, il cru, l’esposizione del pendio, la composizione del suolo, l’età delle vigne e persino la posizione della parcella all’interno dello stesso climat.
È una complessità che affascina e intimorisce allo stesso tempo.
Ed è probabilmente il motivo per cui nessuno può dire di conoscere davvero la Borgogna.
Ogni viaggio aggiunge un tassello, ma il quadro rimane sempre incompleto.

Il terroir non è una parola. È un sistema.

Nel linguaggio del vino il termine terroir è diventato una delle parole più abusate.
Lo si utilizza per descrivere quasi tutto, spesso svuotandolo del suo significato.
In Borgogna, invece, il terroir mantiene ancora la sua definizione più autentica.
Non coincide semplicemente con il suolo.
È l’interazione tra geologia, altitudine, esposizione, pendenza, disponibilità idrica, ventilazione, biodiversità e lavoro umano.
Le grandi faglie che milioni di anni fa diedero origine alla Côte d’Or hanno lasciato un susseguirsi di marne, calcari giurassici e argille che emergono con proporzioni diverse lungo il pendio. Nella parte alta affiora spesso la roccia madre calcarea, capace di generare vini più tesi e verticali. Più in basso aumentano profondità e componente argillosa, regalando maggiore volume e ricchezza. Non esiste una regola assoluta, ma una continua alternanza di equilibri.
È proprio questa varietà a spiegare perché uno Chardonnay di Puligny-Montrachet possa risultare così diverso da uno di Chassagne-Montrachet, pur trovandosi a poche centinaia di metri di distanza.
Oppure perché due Premier Cru dello stesso villaggio riescano a parlare linguaggi completamente differenti.
La Borgogna non è fatta di denominazioni. È fatta di luoghi.

L’annata che mette tutti alla prova

Se il terroir rappresenta il punto di partenza, l’annata 2024 ha ricordato quanto il fattore umano continui a essere decisivo.
In ogni cantina visitata, il tema ricorrente non era il vino migliore prodotto, ma la fatica necessaria per arrivare alla vendemmia.
Le gelate primaverili hanno ridotto drasticamente il potenziale produttivo già nelle prime fasi della stagione. Successivamente le piogge frequenti hanno aumentato in modo importante la pressione della peronospora e delle altre malattie fungine, costringendo i vignaioli a un lavoro continuo in vigna. In alcune aziende la perdita di produzione ha raggiunto percentuali vicine al novanta per cento. Alcuni produttori hanno deciso di declassare intere parcelle o di riunire diversi cru in un’unica cuvée pur di mantenere uno standard qualitativo coerente.
Ma il dato quantitativo racconta soltanto una parte della storia.

La vera sorpresa è emersa durante le degustazioni.
Assaggiando decine di vini della stessa annata si aveva spesso l’impressione di trovarsi davanti a vendemmie differenti. Aziende confinanti, con suoli molto simili, proponevano interpretazioni opposte.
Alcuni vini apparivano sottili, nervosi, privi della materia necessaria per sostenere la loro acidità.
Altri cercavano di compensare la diluizione attraverso estrazioni più marcate e un utilizzo più evidente del legno, ottenendo però risultati meno armonici.
I migliori, invece, sembravano avere una caratteristica comune. Non rincorrevano uno stile.
Accettavano l’annata.

Questo è forse il più grande insegnamento della 2024.
La scelta dell’epoca vendemmiale è diventata fondamentale. Anticipare significava raccogliere raspi ancora acerbi; attendere troppo esponeva l’uva a un ulteriore deterioramento sanitario. A questo si è aggiunta una selezione rigorosa dei grappoli e, soprattutto per il Pinot Noir, una gestione estremamente precisa del grappolo intero, probabilmente l’aspetto tecnico più delicato dell’intera vinificazione borgognona.
Durante il viaggio ho avuto la sensazione che questa annata dividerà i produttori più di quanto dividerà i cru.
Per molti anni abbiamo imparato a scegliere una bottiglia leggendo il nome del villaggio o dell’appellazione.
La 2024 suggerisce un approccio diverso. Bisogna conoscere il produttore, capire come lavora e comprendere il suo modo di leggere la vigna.
Perché oggi, forse più che mai, il prestigio scritto sull’etichetta non basta.
È questa la fine di una delle più grandi certezze della Borgogna.
Ed è proprio da qui che vale la pena iniziare a raccontarla.

Il linguaggio dei cru: quando il vino diventa geografia

Se c’è un errore che si commette spesso parlando di Borgogna, è quello di considerare i cru come semplici nomi prestigiosi da imparare a memoria.
In realtà ogni cru è un ecosistema.
Il suo nome identifica una precisa combinazione di suolo, esposizione, altitudine, drenaggio e microclima. Cambiare cru significa cambiare vino, anche quando il vitigno rimane lo stesso.
Per questo motivo i Borgognoni non parlano quasi mai di Chardonnay o Pinot Noir.
Parlano di Les Folatières, Clos de Cailleret, Les Loups, Aux Malconsorts o Clos de Lambrays.
Il protagonista non è il vitigno.
È il luogo.

Puligny-Montrachet: dove il calcare diventa eleganza

Puligny-Montrachet rappresenta probabilmente la massima espressione mondiale dello Chardonnay. Non perché produca i vini più ricchi.
Ma perché riesce a coniugare densità e leggerezza come nessun altro luogo. La spiegazione si trova sotto i piedi.
Qui il versante della Côte d’Or presenta una forte presenza di calcari del Giurassico medio, alternati a sottili strati di marne bianche. Il terreno è poco profondo, estremamente drenante e costringe le radici a cercare acqua e nutrienti in profondità.
Il risultato è uno Chardonnay che raramente punta sull’opulenza.
La sua forza è la tensione.

Tra i cru che più mi hanno colpito c’è sicuramente Les Folatières, uno dei Premier Cru simbolo del comune.
Il suo nome deriva probabilmente dall’antico termine francese folles terres, “terre leggere”, un riferimento alla friabilità dei suoli. Qui il vino possiede una straordinaria capacità di unire materia e precisione. L’attacco è ampio, quasi cremoso, ma pochi istanti dopo emerge una progressione minerale che sembra stringere il sorso fino a trasformarlo in una lunga scia salina.
È uno Chardonnay che non cerca mai di stupire con la ricchezza. Convince con l’equilibrio.

Pochi metri più a sud si incontra Clos de Cailleret.
La parola cailleret deriva da cailloux, pietre.
Ed è esattamente questo che caratterizza il vigneto: uno strato superficiale ricchissimo di piccoli frammenti calcarei che riflettono il calore e garantiscono un drenaggio eccezionale.
Nel bicchiere il vino cambia completamente personalità. L’ingresso è più raccolto, quasi austero. Poi cresce progressivamente, acquisendo volume senza perdere definizione. È uno di quei vini che sembrano allungarsi all’infinito, sostenuti da una trama minerale che ricorda il gesso bagnato più che la frutta. Assaggiarlo significa capire perché, in Borgogna, pochi metri possano separare due interpretazioni completamente diverse dello stesso vitigno.

Chassagne-Montrachet: il volto più materico dello Chardonnay

Se Puligny rappresenta l’eleganza, Chassagne-Montrachet racconta il lato più generoso dello Chardonnay. Storicamente questo comune ha sempre prodotto una quota importante di Pinot Noir, e forse proprio questa duplice vocazione ha influenzato anche lo stile dei suoi bianchi. I suoli presentano generalmente una maggiore componente argillosa rispetto a Puligny, soprattutto nella parte inferiore del versante. Ne derivano vini più larghi, più materici e spesso più immediatamente espressivi. Ma anche qui il cru cambia tutto.

Macherelles, situato nella parte bassa del pendio con un’esposizione prevalentemente sud-est, offre vini caratterizzati da una tessitura ampia, morbida e avvolgente, senza perdere la classica vena salina che identifica il villaggio.

Champ Gain, invece, si trova più in alto, dove il terreno torna a essere più magro e ricco di calcare. Qui lo Chardonnay ritrova slancio. La bocca diventa più dinamica, la mineralità più evidente e la chiusura acquista una tensione quasi elettrica. Due Premier Cru dello stesso comune. Due personalità completamente differenti. Ed è proprio questa capacità di raccontare le sfumature a rendere la Borgogna inesauribile.

Morey-Saint-Denis: il villaggio dell’equilibrio

Se dovessi indicare il comune che meglio sintetizza la filosofia della Côte de Nuits sceglierei Morey-Saint-Denis. Troppo spesso oscurato dalla fama di Gevrey-Chambertin e Vosne-Romanée, possiede invece una delle identità più riconoscibili della Borgogna. I suoi suoli alternano marne, argille rosse e importanti affioramenti calcarei.
Questa combinazione permette al Pinot Noir di raggiungere una sintesi rara tra profondità e precisione.
Durante la visita al Domaine de Lambrays questa caratteristica emergeva con straordinaria chiarezza.

Assaggiando Les Loups, Clos Sorbé e Clos Baulet sembrava di leggere tre capitoli dello stesso libro. Cambiava il volume. Cambiava la tessitura tannica. Cambiava il ritmo del sorso. Ma rimaneva costante una firma territoriale fatta di eleganza, sale e progressione. Il vino non cercava mai la forza. Cercava la misura.

Il punto più alto di questo percorso è naturalmente Clos de Lambrays, uno dei pochi grandi quasi-monopole della Borgogna.

Con i suoi circa 8,5 ettari rappresenta una rarità assoluta.
La cosa più interessante non è però la dimensione del vigneto, quanto il metodo con cui viene interpretato.
La proprietà lo divide in undici parcelle differenti, vendemmiate, vinificate e affinate separatamente. Solo dopo mesi di lavoro le diverse componenti vengono assemblate.
È un approccio quasi borgognone nella sua essenza più pura.
L’obiettivo non è uniformare il vino.
È permettere a ogni porzione del vigneto di raccontare sé stessa prima di contribuire al racconto collettivo del cru.
Il risultato è un Pinot Noir di straordinaria complessità, capace di coniugare energia, profondità e una persistenza che sembra non esaurirsi mai.
Alla fine della giornata mi è rimasta una sensazione molto precisa.
La Borgogna non insegna a riconoscere i grandi vini.
Insegna a riconoscere i grandi luoghi. Ed è una differenza enorme.

Le persone dietro il vino: sei cantine, sei modi diversi di interpretare la Borgogna

Uno dei luoghi comuni più diffusi sulla Borgogna è che il terroir faccia tutto da solo.
È un’affermazione affascinante, ma incompleta.
Il terroir mette a disposizione un potenziale straordinario. Il compito del vignaiolo è trasformare quel potenziale in un vino capace di raccontarlo senza sovrastarlo. È un equilibrio delicatissimo. Intervenire troppo significa uniformare il vino. Intervenire troppo poco significa rinunciare a guidarlo.
Visitando le cantine ci si rende conto che la Borgogna contemporanea non è affatto omogenea. Esistono filosofie molto diverse, accomunate però da un elemento: la ricerca dell’identità.

Fanny Sabre: il coraggio di lasciare parlare la vendemmia

La visita da Fanny Sabre è probabilmente quella che meglio sintetizza l’immagine della nuova Borgogna.
Otto ettari distribuiti in oltre trenta parcelle tra Beaune, Savigny-lès-Beaune, Pommard e altri comuni della Côte de Beaune. Un mosaico di terroir che obbliga a conoscere ogni vigna come se fosse un mondo a sé.

Allieva di Philippe Pacalet, Fanny ha ereditato un approccio rispettoso della materia prima, ma senza trasformarlo in un manifesto ideologico.
In cantina non si percepisce la volontà di dimostrare qualcosa.
Si percepisce piuttosto il desiderio di accompagnare il vino.
Durante gli assaggi da botte emergeva con chiarezza una caratteristica comune: nessun vino cercava volume attraverso l’estrazione. La ricerca sembrava concentrarsi sulla precisione del frutto e sulla leggibilità del cru.

Il Savigny-lès-Beaune 2025, vinificato interamente a grappolo intero, mostrava una gestione dei raspi esemplare. Le note speziate e vegetali erano perfettamente integrate nella componente fruttata, senza mai assumere quel carattere erbaceo che spesso penalizza un utilizzo poco consapevole di questa tecnica. Al contrario, contribuivano ad allungare il vino, conferendogli ritmo e complessità.

L’assaggio che più mi ha convinto è stato però il Pommard 2025.

Una denominazione spesso associata a vini potenti e austeri che, in questo caso, riusciva a conservare tutta la sua struttura senza rinunciare all’eleganza. Il tannino era presente ma mai dominante, mentre la chiusura fresca e sapida lasciava intuire un notevole potenziale evolutivo.
Anche la decisione di produrre una sola cuvée nel 2024, dopo aver perso quasi il novanta per cento della produzione, racconta molto del modo di intendere questo mestiere. Piuttosto che imbottigliare vini che non rispecchiavano i propri standard, Fanny Sabre ha preferito rinunciare alle gerarchie tradizionali e salvaguardare la qualità complessiva della vendemmia. È una scelta economicamente difficile, ma profondamente coerente.

Domaine de Lambrays: quando la precisione diventa metodo

Poche aziende raccontano la Borgogna con la stessa lucidità del Domaine de Lambrays.
Il celebre Clos de Lambrays è spesso descritto come un unico vigneto. In realtà è un insieme di undici parcelle differenti, ognuna con caratteristiche geologiche e microclimatiche proprie.

La scelta di vendemmiare, vinificare e affinare ogni parcella separatamente non nasce da un’esigenza tecnica, ma da una convinzione culturale: prima di costruire il vino del Clos bisogna ascoltare ogni sua voce.
È una filosofia che si ritrova in tutta la gamma. I Premier Cru di Morey-Saint-Denis mostrano personalità diverse ma condividono una stessa idea di eleganza. Il Grand Cru, invece, riesce a sintetizzare tutte queste sfumature in un vino di impressionante completezza. La degustazione ha offerto anche un’importante lezione sull’annata 2024.
Non tutti i vini erano allo stesso livello.

Il nuovo Clos Vougeot Grand Cru, proveniente da una parcella acquisita solo recentemente e convertita alla biodinamica, appariva ancora alla ricerca di un proprio equilibrio. Il legno risultava dominante e il vino sembrava non aver ancora trovato un dialogo armonico con il terroir. È una dimostrazione concreta di quanto tempo serva per comprendere davvero una vigna, anche quando si dispone di mezzi e competenze straordinarie.

Dujac: il grappolo intero come linguaggio

Se esiste un produttore che ha contribuito a ridefinire il Pinot Noir moderno in Borgogna, questo è Dujac.
Il grappolo intero qui non rappresenta una scelta stilistica. È parte integrante dell’identità aziendale. Molti produttori utilizzano i raspi.
Pochissimi riescono a integrarli con la naturalezza che si ritrova nei vini di Dujac.

Assaggiando il Clos de la Roche Grand Cru 2024 la sensazione era quella di un vino capace di cambiare continuamente nel bicchiere. Le note vegetali iniziali lasciavano rapidamente spazio a una straordinaria profondità aromatica fatta di piccoli frutti, spezie, fiori e una mineralità quasi gessosa. La trama tannica appariva finissima, mentre il finale sembrava dilatarsi senza perdere energia.
È uno di quei vini che ricordano come il grappolo intero, quando perfettamente gestito, non aggiunga semplicemente aromi.
Aggiunga profondità.

Guy Amiot: il classicismo che continua a convincere

In un momento storico in cui molte aziende sembrano inseguire mode produttive sempre nuove, Guy Amiot rappresenta un esempio di continuità.
La filosofia è semplice. Viticoltura attenta ma pragmatica. Legno utilizzato come strumento e non come firma stilistica. Tempi lunghi. Pochi interventi.
I suoi Chassagne-Montrachet raccontano con grande fedeltà il territorio.
Non cercano tensioni esasperate né ricchezze eccessive. Cercano equilibrio.
Ed è probabilmente questa la qualità più difficile da ottenere.

Lou Dumont e Domaine Dandelion: la Borgogna che guarda avanti

Due visite molto diverse tra loro, ma accomunate da una stessa sensazione. La Borgogna continua a evolversi.
Koji Nakada, con Lou Dumont, rappresenta una generazione che ha saputo costruire un ponte tra tradizione borgognona e sensibilità internazionale. Pur non avendo trovato, nei campioni degustati, lo stesso livello qualitativo di altre aziende visitate, è interessante osservare come il passaggio dall’acquisto di vini all’acquisto esclusivo di uve abbia progressivamente modificato l’identità della maison.

Ancora più sorprendente è stata la visita al Domaine Dandelion.
Situato nelle Hautes-Côtes de Beaune, lontano dalle denominazioni più celebrate, rappresenta perfettamente quella Borgogna che pochi conoscono e che probabilmente crescerà maggiormente nei prossimi anni.
Le vigne, poste tra i seicento e i settecento metri di altitudine, beneficiano di un clima più fresco, di una biodiversità straordinaria e di suoli marnoso-calcarei che ricordano, per certi aspetti, la Jura. I vini sono liberi, personali, a tratti provocatori. Riduzioni marcate, volatili presenti, nessuna ricerca della perfezione estetica.
Eppure, una volta in bocca, tutto trova il proprio equilibrio.
Sono vini che chiedono tempo. E proprio per questo riescono a raccontare con sincerità il luogo da cui provengono.

La lezione più importante

Lasciando l’ultima cantina mi sono reso conto che, nonostante le profonde differenze stilistiche, tutti questi produttori condividevano un principio.
Nessuno parlava di fare “il vino migliore”.
Parlavano di fare il vino più fedele possibile alla propria vigna.
È una sfumatura apparentemente minima.
In realtà è il principio sul quale si fonda tutta la cultura della Borgogna. Ed è forse la ragione per cui questa regione continua, ancora oggi, a essere il più straordinario laboratorio del concetto di terroir.

L’Aligoté, il cambiamento climatico e la Borgogna che verrà

Ogni viaggio lascia inevitabilmente qualche sorpresa.
La mia ha il nome di un vitigno che per decenni è stato considerato poco più di una curiosità locale: Aligoté.
Per lungo tempo è stato il comprimario dello Chardonnay, relegato ai vini più semplici o ricordato quasi esclusivamente come ingrediente del Kir bourguignon. Oggi, invece, è forse il vitigno che meglio racconta la nuova sensibilità della Borgogna. Non è un caso. Negli ultimi anni molti produttori hanno iniziato a recuperare vecchie vigne di Aligoté, riducendo drasticamente le rese, lavorando con fermentazioni spontanee e limitando l’utilizzo del legno nuovo. Il risultato sono vini che sorprendono per profondità, energia e capacità di raccontare il suolo.
Tra gli assaggi che ricorderò più a lungo ci sono proprio alcuni Aligoté. Non erano vini costruiti sulla ricchezza, ma sulla tensione. Vini che sembravano cercare il gesso, il sale e la freschezza prima ancora della maturità del frutto.
È probabilmente questo il futuro della Borgogna. Non rincorrere vini sempre più concentrati, ma riscoprire, invece, l’equilibrio.
L’impressione è confermata anche dall’attenzione crescente verso appellazioni come Bouzeron, oggi sempre più centrale per comprendere l’evoluzione di questo vitigno. Non è più una curiosità per appassionati: è un laboratorio che molti produttori osservano con interesse.

Le Hautes-Côtes: dove il futuro è già iniziato

Per anni le Hautes-Côtes de Beaune e de Nuits sono state considerate la periferia della Borgogna. Una zona troppo fredda. Troppo alta. Troppo distante dai grandi cru.
Oggi il cambiamento climatico sta ribaltando completamente questa prospettiva.
Le vigne poste tra i 500 e i 700 metri di altitudine conservano una freschezza che nelle parcelle storiche della Côte d’Or diventa ogni anno più difficile preservare.

Durante la visita al Domaine Dandelion questa sensazione era evidente.
Boschi, prati, biodiversità e suoli marnoso-calcarei ricordano, per certi aspetti, il paesaggio della Jura. I vini sono vibranti, identitari, liberi da molte convenzioni stilistiche che ancora caratterizzano parte della Borgogna più famosa.
Non credo che le Hautes-Côtes sostituiranno mai la Côte d’Or.
Ma sono convinto che rappresenteranno una delle aree più interessanti da osservare nei prossimi vent’anni.

Il mercato cambia insieme ai vini

Anche fuori dalle cantine si percepisce un cambiamento.
Durante Les Grands Jours de Bourgogne la sensazione era quella di un mercato tornato estremamente dinamico.
Importatori provenienti da tutto il mondo affollavano gli stand, con una presenza asiatica particolarmente evidente. Se negli ultimi anni si era parlato di un rallentamento della domanda, oggi l’impressione è che l’interesse internazionale sia nuovamente in forte crescita.
Questo significa che la disponibilità delle migliori bottiglie continuerà probabilmente a diminuire.
Ma significa anche un’altra cosa. In un contesto di prezzi sempre più elevati, conoscere il territorio diventerà molto più importante che conoscere le classifiche.
Perché scegliere bene farà sempre più la differenza.

Cinque lezioni che porto a casa dalla Borgogna:

1. Il terroir non basta.
Per anni abbiamo raccontato la Borgogna come il regno assoluto del terroir.
È vero.
Ma l’annata 2024 ha dimostrato che il terroir, da solo, non basta. Serve qualcuno capace di interpretarlo. Il grande vino nasce quando il luogo incontra l’intelligenza del vignaiolo.

2. Il grappolo intero è una forma di equilibrio, non una moda.
Sempre più produttori lo utilizzano. Pochissimi lo padroneggiano davvero. Quando la maturità dei raspi, l’estrazione e la gestione della fermentazione trovano il giusto equilibrio, il grappolo intero diventa uno straordinario strumento di precisione. Quando questo equilibrio manca, il vino lo racconta immediatamente.

3. I Grand Cru non sono l’unica destinazione.
Una delle emozioni più grandi del viaggio non è arrivata necessariamente dai Grand Cru.
È arrivata da Premier Cru come Clos de Cailleret, La Richemone, Aux Malconsorts o Clos Sorbé, capaci di dimostrare come la qualità non coincida sempre con la gerarchia amministrativa.
La Borgogna continua a ricordarci che una mappa non può racchiudere tutta la complessità di un territorio.

4. L’Aligoté non è più il passato.
È il futuro. Osservare il lavoro che tanti giovani produttori stanno dedicando a questo vitigno significa intuire dove si stia dirigendo la Borgogna: meno ricerca della potenza, più ricerca della precisione. Più identità. Meno artificio.

5. Non si finisce mai di conoscere la Borgogna.
Forse è questa la lezione più importante. Ogni visita aggiunge nuove certezze.
E, nello stesso tempo, ne mette in discussione molte altre.È una regione che costringe a studiare, ad assaggiare e ad ascoltare.
Non premia chi pensa di sapere. Premia chi continua a farsi domande.

Conclusione
Rientrando a casa ho ripensato a tutte le degustazioni, alle vigne percorse e alle conversazioni con i produttori.
Mi sono reso conto che il vino, in fondo, è stato soltanto il mezzo.
Il vero protagonista del viaggio è stato il paesaggio umano che esiste dietro ogni bottiglia.
La Borgogna continua a essere uno dei luoghi più affascinanti del vino mondiale non perché produca alcuni dei vini più ricercati del pianeta.
Ma perché, dopo secoli di storia, continua ad avere il coraggio di mettersi in discussione.
L’annata 2024 lo dimostra meglio di qualsiasi trattato.
Non ha premiato i nomi più altisonanti.
Ha premiato chi ha saputo osservare, aspettare e interpretare.
Ed è forse questa la definizione più autentica del mestiere del vignaiolo. Perché in Borgogna il vino non nasce quando l’uva entra in cantina. Nasce molto prima. Nasce quando qualcuno impara a leggere un luogo e decide, con rispetto, di raccontarlo. È questo, oggi più che mai, il vero significato della parola terroir.

Stefano Orrù

Pubblicato da Stefano Orrù

Stefano Orrù, classe 1993, folgorato dal mondo del vino, abbandona gli studi di giurisprudenza e l'azienda agricola della sua famiglia per dedicarsi interamente al servizio di sala. Dopo diverse esperienze in Sardegna, arriva in Trentino a Lefay Resort Dolomiti, partecipa all'apertura come sommelier e ci resta per tre anni. Oggi è uno dei Sommelier del Ristorante Da Vittorio a Brusaporto.

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