LA SARDEGNA CHE IL VINO DEVE ANCORA RACCONTARE

Una riflessione sul futuro delle denominazioni e sulla necessità di una nuova geografia del vino sardo.

Ogni denominazione racconta una storia. Ma, come tutte le storie, anche le denominazioni appartengono a un tempo preciso.

Quelle della Sardegna nascono tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. Erano anni di ricostruzione economica, di fiducia nella cooperazione, di grandi cantine sociali che raccoglievano le uve di interi territori e cercavano, finalmente, un’identità commerciale riconoscibile. Le DOC furono lo strumento con cui si diede un nome a quel vino, lo si tutelò e lo si presentò al mercato.

Era una scelta lungimirante.

I confini delle denominazioni, però, rispondevano alle conoscenze e alle necessità di allora. Erano costruiti attorno ai bacini produttivi, alle aree di conferimento delle cooperative, alle consuetudini agricole, alle realtà amministrative già esistenti. La geologia, la climatologia, la pedologia e la moderna ecologia del paesaggio erano discipline ancora lontane dall’entrare nella definizione di una denominazione.

In quegli anni la domanda era semplice: come possiamo valorizzare il vino della Sardegna?

Oggi, cinquant’anni dopo, la domanda è cambiata.

La Sardegna del vino è profondamente diversa. Le grandi cantine sociali — che per decenni hanno rappresentato il cuore produttivo dell’isola — sono oggi in gran parte ridimensionate, molte chiuse o fortemente indebolite da crisi economiche successive e dalle politiche di espianto che hanno ridotto drasticamente la base vitata. Accanto a questo sistema in trasformazione sono nate centinaia di aziende indipendenti: vignaioli che lavorano pochi ettari, cantine che interpretano una sola vigna, giovani che hanno recuperato vecchi biotipi. Zone considerate marginali che oggi esprimono vini di straordinaria personalità.

Nel frattempo è cambiato anche il nostro modo di leggere il territorio.
Oggi disponiamo di cartografie geologiche dettagliate, di studi pedologici, di modelli climatici ad alta risoluzione, di sistemi GIS, di conoscenze sulla biodiversità e sull’evoluzione del paesaggio che cinquant’anni fa semplicemente non esistevano.
Ma è cambiato anche il vigneto stesso.

Il cambiamento climatico sta modificando profondamente il modo di coltivare la vite. Le vendemmie sono sempre più anticipate, gli equilibri tra zuccheri e acidità si stanno trasformando, gli eventi estremi sono più frequenti e la gestione dell’acqua è diventata una delle principali sfide della viticoltura mediterranea. Allo stesso tempo sono emerse pratiche agronomiche e di cantina che fino a pochi decenni fa erano marginali e che oggi rappresentano il futuro della produzione: agricoltura rigenerativa, viticoltura biologica e biodinamica, inerbimento e minime lavorazioni, dry farming, tutela della biodiversità, riduzione degli input chimici, fermentazioni meno interventiste e una crescente attenzione alla sostenibilità ambientale.

Tutto questo significa che il territorio non può più essere considerato soltanto come un confine amministrativo. Deve essere letto come un sistema dinamico, capace di spiegare perché alcune aree reagiscono meglio di altre ai cambiamenti climatici, conservano più a lungo l’acidità naturale delle uve, mantengono un migliore equilibrio idrico o permettono pratiche agricole differenti.
Sappiamo che due vigneti coltivati con lo stesso vitigno possono produrre vini completamente diversi perché cambiano la roccia madre, il suolo, l’esposizione, il vento, la disponibilità idrica, la storia agricola e perfino il modo in cui un paesaggio si è formato milioni di anni fa.
Per questo credo che sia arrivato il momento di aprire una riflessione.
Non sulla qualità delle denominazioni. Ma sul loro linguaggio.

Le DOC sarde descrivono ancora il territorio oppure descrivono soprattutto un’organizzazione produttiva nata mezzo secolo fa?

La mia impressione è che oggi la Sardegna abbia bisogno di una riforma organica delle proprie denominazioni. Non una rivoluzione burocratica, né una moltiplicazione di nuove sigle. Al contrario, un’evoluzione fondata su basi scientifiche più solide e su una lettura più profonda del territorio.
Immagino un sistema che non parta esclusivamente dal vitigno o dai confini amministrativi, ma dall’incontro di più livelli di lettura.
La geologia, perché il vino nasce anzitutto dalla terra.
Il clima, perché oggi è il principale fattore evolutivo della viticoltura mediterranea.
La geomorfologia, che definisce esposizioni, drenaggi e disponibilità idrica.
La storia, perché nessun territorio esiste senza la memoria delle comunità che lo hanno abitato.

I comuni e le identità locali, che custodiscono tradizioni, toponimi e pratiche agronomiche.
I vitigni storici, perché rappresentano il patrimonio genetico e culturale dell’isola.
Le realtà produttive già esistenti, che non devono essere cancellate, ma valorizzate all’interno di un quadro più coerente. Non si tratta di sostituire ciò che esiste. Si tratta di comprenderlo meglio.

Forse continueremo a parlare di Vermentino di Gallura, di Cannonau o di Carignano del Sulcis. Ma accanto a queste denominazioni potremmo finalmente iniziare a raccontare anche i grandi territori della Sardegna: la Gallura granitica, il Logudoro vulcanico, il Goceano delle montagne interne, il Marghine degli altopiani basaltici, l’Anglona, la Romangia, la Marmilla, il Sarrabus, il Parteolla, il Terralbese e molti altri paesaggi che possiedono una personalità geografica ben definita.

Le grandi regioni del vino del mondo stanno andando in questa direzione. Sempre meno marketing, sempre più paesaggio. Sempre meno etichette costruite a tavolino, sempre più territori riconoscibili. La Sardegna possiede tutte le caratteristiche per diventare un laboratorio internazionale di questo nuovo approccio.

Perché questo accada, però, non basta l’impegno dei produttori. Serve una visione condivisa. Serve che le istituzioni abbiano il coraggio di aprire un confronto sul futuro delle denominazioni, di promuovere una revisione fondata sulle conoscenze scientifiche oggi disponibili e di accompagnare questo cambiamento con una strategia di comunicazione all’altezza del patrimonio vitivinicolo dell’isola.

La politica, in questo senso, non dovrebbe limitarsi ad amministrare l’esistente. Dovrebbe assumersi la responsabilità di immaginare il futuro, creando le condizioni affinché la Sardegna possa presentarsi sui mercati internazionali con un racconto più coerente, più moderno e più autentico. Non comunicare soltanto i suoi vini, ma i suoi paesaggi, la sua geologia, la sua biodiversità, la sua storia e le persone che li custodiscono.La Sardegna non ha bisogno di dimenticare le proprie denominazioni. Ha bisogno di farle evolvere, affinché tornino a essere il riflesso fedele della sua identità.
Per farlo serve però il coraggio di porre una domanda che finora è rimasta sullo sfondo:

Le denominazioni devono raccontare ciò che produciamo, oppure il territorio da cui quel vino nasce?

Credo che il futuro del vino sardo dipenda dalla risposta a questa domanda.

Stefano Orrù

Pubblicato da Stefano Orrù

Stefano Orrù, classe 1993, folgorato dal mondo del vino, abbandona gli studi di giurisprudenza e l'azienda agricola della sua famiglia per dedicarsi interamente al servizio di sala. Dopo diverse esperienze in Sardegna, arriva in Trentino a Lefay Resort Dolomiti, partecipa all'apertura come sommelier e ci resta per tre anni. Oggi è uno dei Sommelier del Ristorante Da Vittorio a Brusaporto.

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