Come restare umani in mondo che si muove troppo veloce, tornare tra le vigne e perdersi negli aneddoti di chi il vino lo fa.
Sono le 9 di mattina e il sole splende sull’isola di salina, il mare di fronte a noi è piatto come una tavola.
L’azzurro del cielo si specchia nel blu del mare, in lontananza s’intravedono Stromboli e Panarea, la moka sta sussurrando, le cicale si stanno schiarendo la voce.
Mentre tutto il mondo si muove frenetico, iper connesso, l’isola detta ritmi di vita che appartengono ad altri tempi.
Le certezze quotidiane sono un tutto nell’acqua cristallina dello Scario, la granita alla ricotta e capperi, le carezze ai gatti che si nascondono all’ombra, ma anche il tramonto a Pollara, immersi nel silenzio della baia (almeno che non ci siano americani a disturbare l’atmosfera!).

In tutta questo, capita anche di trovarsi con Natascia a scoprire vigne tra Valdichiesa e Malfa e a mangiare le prime more di stagione.
Parlare di una visione contemporanea della malvasia di Lipari, nata da un sogno, cosi da un giorno all’altro, come nascono tante cose belle, spontanee e inaspettate.

Luca e Natascia, una vita passata nell’alta ospitalità e ristorazione, questa volta hanno deciso d’inseguire le stelle tra i vigneti, portando nei loro vini identità e suoli vulcanici, raccogliendo un eredità che lentamente si stava perdendo.
“Io e Luca stavamo insieme da tempo. Da anni aleggiava l’idea di fare vino. Io ero un po’ impaurita, perché ero sì nata e vissuta in mezzo al vino e ai grandi produttori, ma solo da consumatrice e donna di sala. Lui però a un certo punto è stato irremovibile, mi guarda convinto e mi dice: ‘Dobbiamo fare il nostro vino e sull’etichetta ci dev’essere l’anno 2020! Il giorno dopo ci mettiamo subito in contatto con il nostro primo conferitore a Valdichiesa, con 2 ettari di vigneto dalla parte di Monte Fossa delle Felci.”
Li ho conosciuti per caso tra i tavoli del Lefay resort, quando un pò di tempo fa lavoravo al ristorante Gramen.
Ordinarono una bottiglia di champagne, la seconda la fecero scegliere a me, ci fu sintonia sin dal primo momento, sapevo che un giorno ci saremmo rincontrati nel loro regno, ed eccoci qua signori e signore.


Nel pomeriggio ci spostiamo da chi la tradizione non l’ha mai lasciata, Fenech.
Incontrato ad una FIVI a Piacenza nel 2019, mi ero ripromesso di’ andarlo a trovare se fossi capitato dalle sue parti.
Le degustazioni sull’isola si fanno nel tardo pomeriggio, quando il sole comincia a dare un pò di tregua e il cielo si riempie di magia.

La sala degustazione ha un affaccio da pelle d’oca, i calici ci aspettano sul tavolo, il padrone di casa ci saluta e comincia a versare vini.

Lo definisco come una canzone di De Andre, in direzione ostinata e contraria, mi parla di quanto sia difficile il rapporto con le nuove generazioni e delle persone che sono arrivate da fuori, attaccate al solo business e molto meno alla vigna.

Si percepisce che è uomo d’isola, si tiene stretti i suoi scarsi 5 ettari, la Malvasia tradizionale in versione dolce la fa da padrone.

Parliamo fino a quando il sole decide di perdersi nel mare, alza le tende come fosse ospite di casa sua, prima di salutarci.

Come in tutte le cose, per me è fondamentale capire il tradizionale e quello che sarà futuro, ma soprattutto parlare con chi il vino lo fa.
Una sensazione che più il tempo passa e più credo sia l’unica che ci farà restare umani, creare un mappa mentale di ricordi e aneddoti che nessuna intelligenza artificiale potrà portarci via.
