La Terra, ostinatamente

Omaggio a Giampiero Deidda

La bottiglia è lì, sul tavolo, con la sua età e la sua etichetta ormai appartenente a un’altra stagione. Mentre guardo questo Marzani millesimato 2002, penso a Giampiero Deidda, alla sua storia, alla sua ostinazione. Penso agli uomini che hanno contribuito a costruire la storia del vino della nostra terra e a quanto un territorio vinicolo finisca spesso per coincidere con la storia dei suoi marchi più conosciuti, delle sue denominazioni più fortunate, dei suoi produttori più celebrati.
Ma il vino, quello vero, ha una storia assai più complicata. È fatta anche di uomini che hanno lavorato ai margini delle geografie riconosciute, di intuizioni che non hanno trovato subito ascolto, di imprese che forse non hanno avuto il successo che meritavano, ma che hanno lasciato qualcosa di più importante di un risultato commerciale: una possibilità. Giampiero per me era uno di questi uomini.

A Simaxis, nel territorio dell’Oristanese, scelse di misurarsi con una strada tutt’altro che scontata. Alla fine degli anni Novanta diede vita al progetto Marzani, dedicandosi alla produzione di spumanti Metodo Classico. Una scelta che, considerata oggi, potrebbe sembrare quasi naturale, ma che allora richiedeva una certa dose di coraggio. In Sardegna, dove la cultura del vino era ancora profondamente legata ai suoi grandi rossi e al vino sfuso, immaginare un percorso spumantistico di qualità, significava provare a spostare il confine di ciò che si riteneva possibile. Era una questione culturale prima di tutto.

Marzani deriva da mraxani, volpe, il soprannome tradizionalmente attribuito agli abitanti di Simaxis. Un nome che viene dal paese, dalla lingua, da quella consuetudine tutta nostra di riconoscere le comunità anche attraverso nomi e appellativi che si tramandano nel tempo. Non è un dettaglio folcloristico. È una dichiarazione di appartenenza.
In un mondo del vino sempre più incline a costruire identità attraverso il marketing, le etichette e le narrazioni confezionate, ritrovare nel nome di un’azienda un frammento della memoria collettiva di un paese, ha un significato particolare. Ci ricorda che prima del marchio c’è una comunità, un luogo e una storia.

Eppure, proprio qui sta uno degli aspetti che trovo più interessanti della storia di Giampiero: questo attaccamento quasi assoluto alle proprie radici conviveva con una notevole capacità innovatrice. Si può appartenere visceralmente a un luogo senza accettare che quel luogo debba rimanere prigioniero della propria storia.

Giampiero non cercava altrove un’identità da indossare. Provava ad allargare quella che già possedeva. È una distinzione importante. Perché l’innovazione che nasce dal territorio non è sempre quella che introduce qualcosa di estraneo, ma anche quella che riesce a dare possibilità ancora inesplorate all’interno del patrimonio esistente. È un lavoro di conoscenza, prima ancora che di tecnica. Richiede curiosità, ma anche una certa dose di irriverenza nei confronti delle consuetudini e richiede, soprattutto, amore per il proprio luogo.

La sua esperienza mi riporta inevitabilmente alla Vernaccia di Oristano. A quel mondo straordinario che si è formato attorno al vino, alle cantine, alle botti, al tempo e al velo di flor. Un patrimonio che non può essere raccontato soltanto attraverso le caratteristiche organolettiche di un vino, per quanto straordinario. Dentro una Vernaccia c’è una civiltà materiale: il lavoro dei vignaioli, la conoscenza empirica delle trasformazioni biologiche, la gestione delle botti, le pratiche tramandate, le parole con cui si riconosce un vino e se ne descrive l’evoluzione. C’è un sapere che appartiene a una comunità.
Da tempo penso che il flor debba essere considerato anche sotto questa prospettiva: patrimonio culturale.

Un sapere che si è formato attraverso generazioni di uomini, attraverso osservazioni, tentativi, errori, intuizioni e trasmissioni orali. Quello che in Sardegna potremmo ricondurre al concetto di su connottu: ciò che si sa fare perché qualcuno lo ha insegnato a qualcun altro, perché una comunità lo ha custodito e trasformato nel tempo.

È questa la dimensione che mi interessa quando studio i terroir della Sardegna, ossia provare a comprendere anche gli uomini, le loro abitudini, le economie, le relazioni sociali, i paesaggi e le forme di conoscenza che hanno reso possibile un determinato vino.
Il terroir non è soltanto natura. È anche cultura.

Per questo considero significativa la vicenda di Giampiero Deidda. Il suo rapporto con il Metodo Classico, il suo lavoro con le varietà del territorio e il suo legame con l’Oristanese raccontano una Sardegna che non si accontentava di ripetere sé stessa. Una Sardegna capace di guardare oltre, senza rinnegare ciò che era.

Questo è il concetto che dovremmo recuperare quando parliamo di valorizzazione del vino sardo.

Abbiamo spesso confuso la tutela dell’identità con la conservazione delle sue forme più conosciute. Abbiamo raccontato i vitigni, le denominazioni, i disciplinari, ma molto meno gli uomini e le donne che hanno contribuito a dare significato a quei luoghi. Eppure, senza di loro, il terroir rischia di diventare una parola elegante, buona per le presentazioni commerciali e per le carte dei ristoranti, ma svuotata della sua sostanza umana.

Giampiero Deidda, con il suo carattere e le sue intuizioni, appartiene a questa storia. Non so se abbia avuto piena consapevolezza del valore culturale di ciò che stava facendo. Forse non è neppure necessario. Gli uomini che innovano davvero, spesso, non hanno il tempo di spiegare la propria opera. Sono troppo impegnati a realizzarla.

È anche per questo che credo sia giusto ricordarlo. Non per costruire un monumento, non per indulgere in una nostalgia che non serve a nessuno, ma per restituire alla memoria collettiva una vicenda che merita di essere conosciuta.

Giampiero Deidda è scomparso nel 2017. Restano il suo lavoro, poche e ormai rare bottiglie, le testimonianze e quella particolare forma di ostinazione che appartiene agli uomini profondamente innamorati della propria terra.

Davanti a questo Millesimo 2002 penso che una bottiglia possa essere anche un documento. Dentro ci sono il tempo, certo, ma anche una scelta, un’ambizione, una maniera di stare al mondo. E allora vorrei che questa bottiglia fosse anche un piccolo atto di riconoscenza verso tutti gli uomini che hanno amato la propria terra al punto da non volersi accontentare di ciò che essa era già.

A Giampiero Deidda, dunque. Alla sua ostinazione, alla sua libertà, alla sua idea di Sardegna.

E a quel fantastico Marzani Millesimato 2002 che, dopo tanti anni, ha ancora tanto da raccontare.

Stefano Orrù

Pubblicato da Stefano Orrù

Stefano Orrù, classe 1993, folgorato dal mondo del vino, abbandona gli studi di giurisprudenza e l'azienda agricola della sua famiglia per dedicarsi interamente al servizio di sala. Dopo diverse esperienze in Sardegna, arriva in Trentino a Lefay Resort Dolomiti, partecipa all'apertura come sommelier e ci resta per tre anni. Oggi è uno dei Sommelier del Ristorante Da Vittorio a Brusaporto.

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