HA ANCORA SENSO PARLARE DI CANNONAU DI SARDEGNA?

Basta percorrere la Statale 131 da Cagliari verso Sassari o Olbia per accorgersi di una cosa: la Sardegna cambia continuamente volto.

Nel giro di pochi chilometri il paesaggio si trasforma. Cambiano le rocce, i suoli, i venti, le quote, la vegetazione. Si passa dalla Marmilla al Goceano, dalla Planargia al Mandrolisai, dall’Ogliastra al Sulcis. Ognuno di questi luoghi possiede una propria identità, una propria storia e condizioni ambientali irripetibili.

La Sardegna, in fondo, è davvero un piccolo continente.

E se il paesaggio cambia così profondamente, perché il vino dovrebbe raccontare una sola Sardegna?

Anche all’interno dello stesso vigneto bastano pochi metri per modificare l’equilibrio di una pianta. Cambiano il drenaggio del terreno, l’esposizione al sole, l’altitudine, la ventilazione. Lo stesso vitigno, coltivato in condizioni differenti, produce vini con profili aromatici, strutture e personalità completamente diverse.

I francesi hanno una parola che racchiude tutto questo: terroir.

Walter Massa sintetizza il concetto con una frase che dovrebbe far riflettere tutto il vino italiano:

“Nel Nuovo Mondo devono vendere il vitigno. L’Italia dovrebbe imparare a vendere i territori.”

Ed è difficile dargli torto.

Quando scegliamo uno Chablis o un Meursault non stiamo semplicemente acquistando uno Chardonnay. Stiamo acquistando un luogo preciso, con una geologia, un clima e una cultura che rendono quel vino irripetibile.

Negli ultimi trent’anni il mondo del vino ha cambiato prospettiva.

Per molto tempo il mercato ha premiato i vitigni. Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot e Sauvignon Blanc erano i veri protagonisti dell’etichetta. Era un linguaggio semplice, immediato e comprensibile, soprattutto nei mercati internazionali.

Oggi, però, il vino di maggiore valore economico e culturale segue una direzione diversa.

I grandi vini del mondo non vengono scelti perché ottenuti da un determinato vitigno, ma perché rappresentano un luogo preciso. Il consumatore evoluto cerca l’origine, la storia, il paesaggio, le persone e il carattere irripetibile di un territorio.

È questo il motivo per cui Borgogna, Mosella, Champagne, Etna o Barolo sono diventati modelli di riferimento: hanno trasformato il territorio nel loro marchio più forte.

La Sardegna possiede tutte le caratteristiche per intraprendere la stessa strada. Una straordinaria ricchezza di suoli, altitudini, esposizioni, microclimi e culture locali che nessun’altra regione del Mediterraneo può vantare con la stessa intensità.

Continuare a raccontarsi soltanto attraverso il nome del vitigno significa rinunciare a una parte enorme della propria identità.

Per questo nasce una domanda.

Ha ancora senso parlare semplicemente di Cannonau di Sardegna?

Probabilmente non basta più.

Il Cannonau è uno straordinario patrimonio viticolo, ma rischia di diventare un contenitore troppo ampio. Il Cannonau coltivato a Mamoiada non racconta la stessa storia di quello di Jerzu, di Oliena, della Gallura o del Sulcis. Sono vini che condividono un vitigno, ma spesso parlano lingue completamente diverse.

Oggi molte denominazioni sarde presentano un limite strutturale.

Da una parte identificano il vitigno, dall’altra un’intera isola.

In mezzo, però, scompaiono i territori.

Il risultato è che produttori che lavorano in contesti profondamente differenti finiscono per essere rappresentati dalla stessa denominazione, mentre chi desidera comunicare il proprio territorio spesso è costretto a rinunciare sia al nome del vitigno sia alla forza comunicativa della denominazione.

La sfida del futuro dovrebbe essere un’altra.

Costruire una Sardegna del vino fondata sui territori.

Una Sardegna capace di valorizzare le proprie regioni storiche attraverso una zonazione seria e condivisa, investendo nella ricerca, nella cartografia viticola e nella comunicazione delle singole identità territoriali. Servono denominazioni che raccontino i luoghi prima ancora dei vitigni e Consorzi di Tutela capaci di promuovere davvero questa straordinaria biodiversità.

La politica regionale dovrebbe assumere un ruolo di guida in questo percorso, non limitandosi all’amministrazione delle denominazioni esistenti, ma promuovendo una visione di lungo periodo. Una visione che riconosca il vino come patrimonio culturale, agricolo e identitario della Sardegna, accompagnando produttori, ricercatori e Consorzi nella costruzione di un modello capace di valorizzare le differenze anziché uniformarle.

Il compito dei vignaioli, invece, è forse ancora più importante.

Continuare a investire nella qualità.

Ascoltare le proprie vigne.

Ridurre gli interventi in cantina quando possibile, lasciando che siano il suolo, il clima e le annate a parlare nel bicchiere.

Perché il territorio non si costruisce in cantina: si interpreta.

Il futuro del vino sardo non passa dal trovare un nuovo vitigno simbolo. Passa dal fare in modo che ogni territorio diventi un simbolo.

Perché il Cannonau è un’uva.

Mamoiada, Jerzu, Oliena, il Mandrolisai, la Planargia, il Sulcis, la Gallura o il Goceano sono invece luoghi irripetibili.

Ed è proprio ciò che è irripetibile ad avere il valore più alto nel vino.

Stefano Orrù

Pubblicato da Stefano Orrù

Stefano Orrù, classe 1993, folgorato dal mondo del vino, abbandona gli studi di giurisprudenza e l'azienda agricola della sua famiglia per dedicarsi interamente al servizio di sala. Dopo diverse esperienze in Sardegna, arriva in Trentino a Lefay Resort Dolomiti, partecipa all'apertura come sommelier e ci resta per tre anni. Oggi è uno dei Sommelier del Ristorante Da Vittorio a Brusaporto.

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